IL MIRAGGIO DI UNA ILLUSORIA GUERRA DI LIBERAZIONE

di Franco Morini

In occasione del 70^ anniversario della fine del secondo conflitto mondiale, il numero di marzo 2015, del Bollettino dell’Ufficio Storico della Marina Militare, edito dal Ministero della Difesa, è stato interamente dedicato a “La partecipazione della Marina nella guerra di Liberazione”, corposo saggio a firma dello storico militare, contrammiraglio Giuliano Manzari[1].
La parte centrale di questa pubblicazione ufficiale riguarda l’attività dei servizi segreti monarchico-badogliani notoriamente sottoposti all’OSS statunitense e al SIS britannico. Seppur con ambigui fuorviamenti e opportunistiche omissioni, non mancano alcuni accenni alle gesta finora ufficialmente ignorate, di quella missione “ Nemo” di cui da ormai circa vent’anni andiamo occupandoci su questa e altre testate. Una narrazione ambigua quella del Manzari, poiché aprioristicamente viziata dal miraggio di un’illusoria “guerra di Liberazione” a cui si deve per es. l’obliata sudditanza di “Nemo”, l’ufficiale di Marina, Emilio Elia, dall’Intelligence Service britannico.  Scrive, infatti, Manzari: “Nell’Italia occupata dal nemico, operò, fra il marzo 1944 e il febbraio 1945, in due successive missioni informative militari importantissime, il capitano di corvetta Emilio Elia, Nemo. Egli dipendeva dallo Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio I (Informazioni) Gruppo Speciale” (ivi pag. 170). Non è certo un dettaglio trascurabile aggiungere che il “Gruppo Speciale”, comandato all’epoca dal maggiore Luigi Marchesi, era strettamente inquadrato nell’801 Italian Service Squadron sotto il diretto comando del maggiore italo-inglese dell’Intelligence Service (SIS), Maurice Page[2]. A dar retta a Manzari era invece l’Intelligence Service che “collaborava con il SIM” (ivi pag, 165).
Già da queste poche righe apprendiamo tuttavia l’inedito particolare secondo cui Elia non avrebbe mantenuto il comando della missione fino a tutto l’aprile del ’45, come generalmente ritenuto, poiché sostituito – si vedrà poi da chi - nelle ultime decisive settimane di guerra. Vediamo per contro quel che Elia scrisse nel suo rapporto finale dell’ottobre 1945: “Unica conseguenza particolarmente spiacevole (riguardo ai primi mesi del ’45, ndr) è stata il sopravvenire di una sciatica che, non potuta curare per ovvie ragioni, mi ha reso dolorosamente claudicante per alcuni mesi, sino alla metà di marzo, quando essendo praticamente immobilizzato, mi sono ricoverato nella clinica < Principessa Jolanda> per farmi curare senza perciò interrompere il lavoro. Infatti, la mia camera costituiva il punto di convegno dei capi gruppo e del capo della centrale (milanese) che giornalmente venivano a portarmi il loro rapporto. Sopravvenuto l’arresto dell’agente Palazzi[3] e di altri elementi della rete, e avuta anche notizia che erano sorti sospetti sul sedicente <ingegnere> (alias Elia), ricoverato in una clinica non precisata, il 2 aprile, ancora zoppicante ma in migliori condizioni abbandonavo di nascosto la clinica e riprendevo l’attività normale, che proseguiva indisturbata sino ai giorni dell’insurrezione”[4].
Stando invece al Bollettino Storico della Marina: “Per sfuggire all’arresto, nel febbraio 1945, Elia dovette interrompere i collegamenti con il gruppo di Pavia (sic) e, allora, fu sostituito dal comandante Dessy che provvide affinché il materiale informativo raccolto fosse trasmesso al Gruppo Speciale mediante un apparecchio radio, appartenente a un’altra missione informativa” (id. pag. cit.).
Come già riferito in altra occasione, fu proprio nel febbraio del ’45 che venne scoperta l’importante maglia operante a Parma – e non Pavia[5] - presumibile conseguenza dell’avvenuto arresto a Trieste del capo maglia locale, cap. Luigi Podestà, il quale operava in costante rapporto con don Paolino Beltrame Quattrocchi, capo maglia di Parma, e con Riccardo De Hagg del Gruppo Operativo Centrale a Milano[6].
Ulteriore riscontro sul centro radio clandestino di Parma – e non Pavia – si evince dalla relazione compilata nel luglio 1945 dal capo maglia di Parma, don Paolino: “Un radio cifrato Nemo, in data 12 marzo  1945 (data pressappoco corrispondente al “ricovero per sciatalgia” lamentato da Elia – ndr) comunicante l’arresto del maggiore Casaburi (vice capo maglia a Parma . ndr) inibì a me il ritorno al Nord. Ordine che venne personalmente confermato dal maggiore inglese Page dell’Intelligence Service e dal maggiore Marchesi del SIM proprio mentre, esaurita quasi la missione di Roma, mi accingevo ad iniziare la scuola di lancio per essere paracadutato insieme ad una stazione RT con cui avrei dovuto iniziare trasmissioni dirette da Parma”[7]. A che servisse tale stazione radio si può ipotizzare avendo presente i rapporti avviati dalla rete “Nemo” con il col. SS Eugen Dollmann, all’epoca d’istanza a Ciano d’Enza, fra Reggio e Parma, il quale da qualche tempo fungeva da collegamento fra il generale SS Wolff e - tramite il prefetto Testa e Cancarini Ghisetti - col Centro Operativo Nemo di Milano, tenuto così sempre aggiornato sugli sviluppi concernenti i progetti, prima di ritiro e poi di resa, delle forze tedesche in Italia[8].  La maggior novità offerta dalla versione ufficiale dell’Ufficio Storico della M.M. riguarda però l’alta responsabilità acquisita in breve spazio di tempo dal capitano Dessy, il quale come vedremo, dopo aver soppiantato nella carica, il responsabile del “Servizio Informazioni Clandestino per l’Alta Italia”, si pose anche a capo della rete “Nemo” spodestando Elia e, in questa sua nuova duplice veste andrà valutato circa gli ancora oscuri avvenimenti di Como e Dongo.  E’ peraltro interessante notare come nelle varie relazioni compilate nell’immediato dopoguerra da Elia, Dessy sia stato fortemente marginalizzato lasciando ciò intendere una malcelata ostilità nei suoi confronti. Dessy, infatti, viene da Elia citato di sfuggita una sola volta all’interno di un gruppo di altri militari i quali si sarebbero limitati a fornire una generica collaborazione senza entrare a far parte della Rete; così almeno parrebbe dal vago giudizio stilato a fine lista da Elia sintetizzato in un semplice: “…hanno attivamente collaborato con la missione”. Conformemente all’apparente limitato contributo apportato da costoro, Elia propose per l’intero gruppo, compreso Dessy, la concessione di un banale diploma di benemerenza[9]. In realtà, non da meno di Elia, don Paolino, De Hagg e alcuni altri membri della rete Nemo, Dessy ottenne la medaglia d’argento al V.M. e fu inoltre insignito, al pari del solo Elia, dell’Ordine Militare di Savoia a evidente equiparazione con quest’ultimo[10]. Volendo tuttavia giudicare Dessy dal punto di vista esclusivamente militare e non per gli accadimenti storico-politici di cui fu astuto protagonista, anziché medaglie al V.M. egli si sarebbe meritato di andare sotto processo per codardia se non per tradimento. E’ da sapersi, infatti, che in coda allo scontro navale già per sé non epico del novembre 1940 a Capo Teulada, Dessy, al comando della torpediniera “Sirio”, era incaricato di presidiare un settore del Canale di Sicilia ove si riteneva potesse transitare il convoglio militare britannico diretto a rifornire la base di Malta, dopo che si era sganciato dal poco incisivo inseguimento da parte del grosso della flotta italiana. Verso la mezzanotte del 27 novembre, il “Sirio” avvistò a distanza il convoglio nemico e il comandante Dessy invece di manovrare nell’oscurità, per portare a segno i siluri, ordinò l’immediata inversione di rotta. Più grave ancora il fatto di aver egli scritto nel diario di bordo di essere stato avvistato dal nemico che, secondo quanto da redatto, lo avrebbe attaccato obbligandolo a eclissarsi. Resi accessibili dopo la guerra gli archivi inglesi, si costatò che le navi britanniche componenti il convoglio del 27 novembre, non registrarono alcun avvistamento nemico e di conseguenza non era stata attivata alcuna contromisura[11]. Sbiancando i precedenti, l’Ufficio Storico della Marina inizia a narrare di Dessy solo dall’8 settembre. L’infausta data lo avrebbe colto a La Spezia intento a sorvegliare i resti dell’incrociatore “Gorizia” ridotto a rottame, e per questo infine demolito, dopo essere stato gravemente danneggiato alcuni mesi prima. Da vari indizi raccolti in precedenza, pareva che con l’armistizio Dessy fosse riparato al Sud dove sarebbe stato poi aggregato al SIM e in tale veste inviato in Svizzera presso un ufficio commerciale a copertura del suo reale incarico teso a rapportarsi con l’OSS operante fra Lugano e Berna[12] allo scopo di incrementare i lanci a formazioni partigiane composte o dirette da ex militari d’inclinazioni monarchiche-cattoliche[13] e di questo avevamo in precedenza riferito[14]. Secondo più recenti acquisizioni di fonte ufficiale emerse dal citato Bollettino Storico, sarebbero da rettificare alcuni particolari peraltro marginali. Stando dunque a quanto riferisce Manzari, anziché imbarcarsi per Malta o dirigersi al Sud, Dessy non si sarebbe in realtà mai troppo allontanato dall’Alta Italia, trovando un primo rifugio in Piemonte e poi a Milano dal gennaio ’44 come dipendente dell’Ufficio Rappresentanze Industriali (URI) diretto dal col. Armi navali, Giuseppe Rozzani,… “al doppio scopo di poter sopravvivere e di costituire fonti d’informazioni sull’attività industriale del regime nazifascista”. Dessy – prosegue Manzari –“entrò nell’URI assumendo le iniziative più rischiose al fine di proteggere Rozzani, già controllato dalle autorità repubblicane. Operando nella zona di Arona (Dessy) attuò il collegamento fra le formazioni partigiane che avevano rapporti con lui e il centro SIS di Berna (cap. di vascello Alfonso Galliani) e l’OSS di Lugano. Dal settembre 1944, non potendo Rozzani più svolgere liberamente la propria attività, l’URI fu sciolta e Dessy divenne capo del S.I.C.[15] per l’Alta Italia. Per ottenere sempre migliori informazioni, Dessy si mise anche in relazione con personalità fasciste e tedesche, riuscendo a indurre alcune a collaborare” (ivi pag. 178). Fra le “personalità fasciste” entrate in relazione con Dessy e indotte da questi a “collaborare” figura, non fosse altro per certe sue inequivocabili dichiarazioni in merito (cfr. nota n.9), l’acquisito parente di Mussolini, Vanni Teodorani[16], cui si associò Pino Romualdi che nel suo memoriale postumo asserirà, diversamente da Teodorani, di aver avuto a che fare con Dessy, o meglio - “col colonnello D” – dal 26 al 27 aprile 1945 a Como e nulla più. Valutazioni in merito a parte, del resto già espresse in varie altre occasioni, si stenta non poco a credere che, trasgredendo alle disposizioni di Mussolini prima e di Pavolini poi, Romualdi si sia completamente affidato, coinvolgendo in tale scellerata scelta migliaia di uomini in quel momento al suo comando, a un fantomatico e in ogni caso a lui sconosciuto – poco conta se solo personalmente o meno - “colonnello D” [17].
Manzari sorvola garbatamente sull’identità degli “esponenti fascisti” indotti a collaborare con i servizi segreti anglo-badogliani nella persona di Dessy e non altrettanto per altri personaggi dei quali svela identità e particolari vari come nel caso del malriuscito tentativo di agganciare il generale Farina, comandante della div. S. Marco, che lo storico della Marina sembra voler esporre a sospetto defezionismo (cfr. pag. 171).
Stretto riserbo, invece, sui pluriaccertati contatti avviati dalla Marina del Sud in nome del governo Badoglio prima, e Bonomi poi, con il comandante Borghese; una ragnatela di approcci mantenuti fino al 23 aprile 1945 (ultimo emissario del Sud: l’ing. Giorgio Giorgis).  Emissari che… “furono accolti bene e ascoltati: chiedevano la difesa da eventuali distruzioni delle fabbriche, la salvaguardia della frontiera orientale che i (governi del Sud) cobelligeranti deboli e succubi non avrebbero mai potuto difendere dagli slavi”[18].  Fino agli ultimi giorni della RSI, esponenti del governo Bonomi - non escluso Bonomi stesso, spronarono Borghese all’estrema difesa della Venezia Giulia arrivando a prospettargli una fattiva collaborazione da parte dei partigiani dell’“Osoppo” oltre al fondamentale concorso di un corpo di spedizione italiano che sarebbe stato pronto a salpare da Ancona per Trieste[19]. Cedendo a queste illusorie promesse in palese contrasto con gli interessi britannici, Borghese ordinò la difesa a oltranza dei maggiori centri della Venezia Giulia, sacrificando interi reparti della Decima[20], mentre l’“Osoppo” si defilava e del chimerico corpo di spedizione evaporavano tracce e memoria come appunto nel saggio in questione[21].
Sciolta ufficialmente la Decima, Borghese attese a Milano di essere scortato a Roma da emissari dell’OSS, impegnati a che il Comandante non cadesse in mani partigiane o inglesi, prima che statunitensi[22]. A Roma, l’OSS scovò un luogo sicuro per Borghese in un appartamento requisito di via Archimede, dove il Comandante, agli arresti sulla parola, poteva alternare momenti di semilibertà ai pressanti interrogatori tecnico-militari. Una volta spremuto ai propri fini, l’OSS cedette Borghese al SIS britannico che ne dispose a sua volta tenendolo in isolamento nel campo di concentramento sorto all’interno di Cinecittà. Ottenute le informazioni come in precedenza i cugini statunitensi, sulle tecniche di guerra subacquea sviluppate con mezzi d’assalto, i cosiddetti “maiali”, gli inglesi lo passarono infine agli ascari italiani che a loro volta badarono a chiuderlo nel carcere militare di Forte Boccea in attesa di processarlo. Confiderà in seguito la consorte Daria che il marito "sempre imprigionato al Forte Boccea, fu denunciato alla giustizia con un curioso documento a firma di un certo capitano di vascello Ciurlo. Fu quindi dolorosamente colpita che fosse proprio la marina da lui servita per tanti anni a denunciarlo come un delinquente comune”[23].
Dopo questa parentesi storica integrativa, riprendiamo la narrazione di Manzari circa l’attività svolta a Como da Dessy: “Il Comandante Dessy, in imminenza della cessazione delle ostilità, si portò nella zona di Como perché in tale area, diretti verso la Svizzera e la Valtellina affluivano i gerarchi fascisti, le BB.NN. e i tedeschi in ripiegamento. Dessy diresse gran parte delle operazioni che condussero alla liberazione di Como (!) e trattò la resa di grosse formazioni tedesche (?) e italiane (?!). Ebbe anche mandato dal Cln di Como di trattare la resa di Mussolini, ma tale incarico non riuscì poiché Dessy fu raggirato dal colonnello Valerio che, giunto a Como da Milano, con ordine del Clnai provvide a far arrestare per alcune ore Dessy (?), nonostante le credenziali del Cln e dell’OSS di cui questi disponeva. Come già detto, i tentativi di impadronirsi di Mussolini attuati dall’OSS fallirono, forse per intervento dei servizi segreti britannici, che non vedevano di buon occhio la cattura di Mussolini vivo ed erano fortemente interessati alle voluminose borse d’importanti documenti che l’ex dittatore portava con se” (ivi pag. 201).
Tenuto conto che negli ultimi settant’anni sono stati scritti centinaia di volumi e migliaia di articoli scandaglianti minuto per minuto le tragiche 24 ore che vanno dal primo pomeriggio del 27 aprile al dì seguente e a passo a passo seguiti i vari protagonisti venuti di volta in volta alla ribalta fra Milano, Como e Dongo, non esiste possibilità d’appello per chi professandosi “storico”per di più con accesso privilegiato a fonti e documenti di prima mano o addirittura ancora inediti come nel caso Manzari, scambi o alteri luoghi, tempi e soggetti di fatti ormai acclarati e genericamente conosciuti in area anche divulgativa.  L’arresto, o meglio, il fermo temporaneo di Dessy, è del 27 aprile quando Valerio - o i Valeri, come avanzato dal partigiano “Bill” e non da lui solo[24] – risultava/no essere a Milano. E’ ormai acquisito che il 27 aprile, Dessy, Romualdi, Teodorani, Colombo e l’ufficiale dei carabinieri De Petra, tallonati a distanza da una seconda auto condotta dal collaboratore di Dessy, l’agente SIM-SIS, Guaitani, furono fermati al posto di blocco partigiano di Cadenabbia, mentre cercavano di raggiungere la colonna dei gerarchi per convincere Mussolini a rientrare con loro a Como per consegnarsi agli statunitensi. A dirigere il posto di blocco un ex carabiniere, Giovanni Leoni, insieme a esaltati insorti dell’ultima ora piuttosto minacciosi nei confronti dei fermati per tutelare i quali Leoni decise di scortarli al Nucleo della Guardia di finanza di S. Fedele Intelvi, da poco passata agli insorti, per ogni eventuale decisone.  Ivi giunti, i fermati furono interrogati dal locale comandante, capitano Antonio Punzo. Si è spesso riferito che quest’ultimo avesse in precedenza conosciuto, come ex marinaio, Dessy. Più probabile che i due avessero intrecciato precedenti rapporti dato il continuo trafficare di Dessy fra confini svizzeri e Svizzera stessa. A ogni modo, la situazione pare sia stata definitivamente chiarita quando Punzo ebbe conferma telefonica da Como circa l’accordo intercorso tra i fermati e il Cln Comasco.  Rilasciati, con l’esclusione di Colombo non coperto dalle guarentigie cielleniste poiché solo accidentalmente aggregato a detta missione [25], i restanti con l’aggiunta del Leoni al posto di Colombo, rientrarono durante la serata a Como.
Riguardo poi all’obliquo atteggiamento del giorno dopo, 28 aprile, fra Dessy e “Valerio”, vari anni dopo Guatani così ne riferì all’amico Teodorani: Audisio (in prefettura a Como) continuava a parlare della necessità impellente di svolgere un’importante missione e allora quelli del Cln di Como decisero di seguirlo. Sulla stessa auto guidata da Tacchino[26] salirono Audisio, Dessy, Carletto (Guaitani), su un’altra Sforni e De Angelis, entrambi del Cln di Como. Ma non appena furono alla periferia di Como, Audisio impose a Dessy e Carletto di scendere. Carletto afferma che egli fu costretto a scendere dall’arrendevolezza di Dessy, mostrando così di riprovare che Dessy, un vero colonnello, si lasciasse intimorire da una simile canaglia che si rivelerà di lì a poco ladro e assassino. Carletto sostiene di aver subito manifestato la sua delusione a Dessy, il quale avrebbe giustificato la sua prudenza ricordandogli i pericoli corsi il giorno avanti con la missione Teodorani[27]I'aperto biasimo di Guaitani trova sostanziale conferma, salvo dettagli marginali, nelle narrazioni degli altri presenti al fatto: Oscar Sforni e Cosimo Maria De Angelis. Secondo Sforni: l’esatta frase che disse il colonnello Valerio fu questa < Lei deve scendere perché bastano il rappresentante del Cln e quello del Cvl> ovvero io e il maggiore De Angelis. In quel momento Dessì non presentò alcune credenziale, ma non so se l’avesse fatto prima del mio arrivo in prefettura[28]. Stando invece a De Angelis: Valerio è sceso dalla macchina ed ha detto <Voialtri> rivolto a Sforni e a me <andate avanti per conto vostro>. Poi rivolto a Dessì < Lei scenda e vada via>. Può darsi che Valerio abbia estratto la pistola per far scendere Dessì. Mi sembra di no[29]. Niente arresto pertanto ma solo l’appiedamento forzato. Cosa che infine si rivelò quasi un favore poiché Sforni e De Angelis furono più che altro utilizzati da battistrada in modo da evitare a “Valerio” al loro seguito, rischi e intoppi ai vari posti di blocco disseminati nel percorso. Rocambolescamente giunti a Dongo[30], i due esponenti comaschi del Cln e il loro autista, furono messi subito messi sottochiave in un locale del Comune ove rimasero confinati finché“Valerio” non prese la via del ritorno col suo macabro bottino[31]. Avviandoci alla conclusione, non si può sottacere il costante susseguirsi di mende e omissioni che costellano il saggio in questione, specie rispetto ai ruoli svolti da Dessy e relativa rete “Nemo” nel contesto generale.  Si può a ogni modo escludere che Dessy, nella sua duplice qualità di capo del sabaudo SIS Marina per l’Alta Italia e dell’omonimo SIS-Nemo britannico, fosse in qualche modo incline e ancor meno incaricato, di agevolare la sicurezza di Mussolini. Quando Manzari accenna a falliti tentativi OSS d’“impadronirsi” di Mussolini “ per intervento dei servizi britannici che non vedevano di buon occhio la cattura di Mussolini vivo ed erano particolarmente interessati alla voluminosa borsa dei suoi documenti”, tratteggia di fatto il comportamento del 28 aprile di Dessy, ben poco preoccupato alla sorte di Mussolini, della cui avvenuta esecuzione forse era già stato informato[32]. Il suo principale interesse era centrato  in quel momento sui documenti mussoliniani che egli sapeva essere stati depostati la sera prima a Domaso nel caveau della locale Cassa di Risparmio. Documenti spartiti poi fra le varie entità politiche e geopolitiche specificatamente più interessate, a Dessy, o a chi per lui[33], i dossier più compromettenti e imbarazzanti per Casa Savoia. Così non fosse, si dovrebbe allora arguire il totale fallimento dell’opera di Dessy, sia nella (da Manzari) ipotizzata missione di consegnare Mussolini agli statunitensi, sia nel recupero di documenti scottanti. La serie invece di alti riconoscimenti, pari a quelli riservati a Elia per l’importante ruolo svolto nella resa delle forze tedesche in Italia[34] sta a indicare un altrettanto importante ruolo svolto da Dessy. Più che la sola resa della colonna fascista magistralmente fatta  incagliare a Como in sincronia al fermo imposto a Milano di quelle ancora notevoli forze che dovevano aggregarsi di lì a poco alla precedente colonna Pavolini[35], il suo vero “merito” consistette nell’essere riuscito a isolare Mussolini dai suoi, facendo di conseguenza naufragare l’ultima carta del ridotto valtellinese  consegnando Mussolini  non agli statunitensi ma a un destino già stabilito non solamente dall’antifascismo a servizio dei britannici, qualora risultasse fondata la frase riferita a Stalin secondo cui “ con la morte di Mussolini scompare uno dei più grandi uomini politici cui si deve rimproverare solamente di non aver messo al muro i suoi avversari”.
A ogni modo le considerazioni sopra esposte non vennero escluse “a priori” dallo stesso Romualdi allorché concesse che: “Si potrebbe a questo punto mettere in dubbio che il signor G. (Guastoni) e il comandante D. (Dessy), il colonnello Sardagna, il presidente del Cln di Como e gli altri responsabili della zona comasca, contrariamente a quel che dicevano, non abbiano avuto alcuna intenzione di consegnare Mussolini agli Alleati, ma abbiano preferito che egli subisse la sorte che la sua permanenza nelle mani di uomini irresponsabili e feroci rendeva indubbia. (…) Non mi risulta fino a questo momento che alcuno abbia fatto cenno a questo importante particolare riguardante la cattura di Mussolini e la mancata consegna di Mussolini agli alleati. Non sarebbe male, a mio avviso, che qualcuno degli interessati parlasse chiaramente in proposito, anche per evitare che a forza di ipotesi si arrivi a quella, non da escludersi a priori, che gli anglo-americani non abbiano voluto interessarsene e abbiano quindi permesso l’uccisione di Mussolini”[36].
Nella vana attesa ormai superata dal tempo utile, che “qualcuno degli interessati parlasse” anche Teodorani, buon ultimo, dopo avere elogiato in più occasioni la lealtà e il comportamento di Dessy, alla fine sembrerebbe essersi ricreduto. Replicando con stizza a un articolo de “L’’Europeo” che qualificava Dessy un agente del SIM al servizio del Regno del Sud operante a Como, Teodorani replicò su l’”Asso di Bastoni” da lui diretto, con una surreale e inedita puntualizzazione: “ L’iniziativa di aprire una trattativa con me per salvare la vita del Duce, non fu presa dal Comandante Dessy ma dal dott. Guastoni che, in una del vice console americano di Lugano, parlava a nome degli Stati Uniti e non già del Governo del Sud[37]. Fu precisato anzi che ogni impegno veniva assunto per conto del Governo e delle Forze Armate degli Stati Uniti da noi riconosciuti come gli unici abilitati a sottoscrivere una trattativa di tale importanza. Non si parlò mai di processi o simili, ma essendo di pubblica conoscenza che il Duce non figurava in alcune lista nera alleata, fu appositamente specificato che la sua persona (…) sarebbe stata accolta in onorata prigionia di guerra dal popolo e dall’esercito degli Stati Uniti, insieme al seguito e ad una adeguata scorta personale”[38]. Evitando ogni superfluo commento sul confidare lunare di Teodorani, va invece rilevata la sua inversione di marcia sulla peraltro falsa diade Dessy-Guastoni, posto che solo poco più di un anno prima si era invece così sbilanciato a favore di Dessy: “ …e poi chi era questo Guastoni? Non avevo ancora capito bene la sua attuale cittadinanza. Aveva carte, bolli, documenti, aveva trafficato tutta la notte con Lugano e Berna, ma anche una superficiale esperienza insegna che non ci sono che le cose false, per sembrare vere. Per fortuna era affiorato in quei due giorni nelle stanze della Prefettura una persona che conoscevo da tempo”[39]… riferendosi infatti a Giovanni Dessy.
Tuttavia anche questa raffazzonata messa a punto di Teodorani appare indicativa delle più o meno tardive prese di distanze di Romualdi, Teodorani e perfino dall’agente SIM-SIS Guaitani dal misterico quanto ambiguo, Dessy. Vi è solo da aggiungere che anche Guastoni era comunque subordinato e organico a Dessy in quanto anch’egli appartenente al SIM-SIS e in personale contatto con Elia già prima ancora che con Dessy [40].


[1] Versione telematica in rete.
[2] Cfr. La R.S.I. è finita a Como e non a Dongo in “Historica” n. 23 aprile-giugno 2012, pag. 12.
[3] L’affiliato Nemo, ten. Gino Palazzi, era stato tratto in arresto a un posto di blocco della Brigata nera genovese a fine marzo, nel corso di un’azione che era stata concordata con Dollmann (cfr. Relazione Elia dell’agosto 1945 in F. Gnecchi Ruscone Missione <Nemo> pp. 176-177.)
[4] “Relazione personale del capo missione <Nemo> Milano, ottobre 1945”, in F. Gnecchi Ruscone cit. pp. 234-235.
[5] Nessuna maglia “Nemo” risulta dislocata a Pavia. Oltre al Gruppo Operativo Centrale di Milano, composto da Elia, Riccardo De Haag e dal maggiore Gerolamo Laneve e al Gruppo “Fiore” (cap. carabinieri, Giorgio Manes) infiltrato all’interno della sede SID della RSI di Milano, le varie “maglie” operative erano così dislocate: Genova, Parma, Verona, Vicenza e Trieste. Alcuni “osservatori fissi”, fuori maglia, erano distribuiti a Ferrara, Val Camonica-Seriana-Valtellina e ai ponti sul Ticino (Cfr. in F. Gnecchi Ruscone cit. pp. 171-172).
[6] Cfr. Rete Nemo: il Cln consegna Trieste agli slavi di Tito in “Historica” n. 29 ott-dic. 2013, pag. 12.
[7] “ Parma 22 luglio 1945 – “Relazione sul nucleo di Parma della Missione <Nemo>” in F. Gnecchi Ruscone, pag. 164.
[8] Cfr. <Nemo Mission>: presenza occulta in “Historica” n. 22 gennaio-marzo 2012, pag. 11.
[9] Cfr. F. Gnecchi Ruscone, pag. 222.
[10] Vanni Teodorani ebbe candidamente a dichiarare più volte, prima nel 1947 e poi nel 1954, che il 26 aprile 1945 in prefettura a Como, diede la sua piena fiducia a Dessy per il salvataggio dello zio Duce, in quanto: …persona che conoscevo da tempo. Ufficiale di Marina, più volte decorato di medaglia d’argento. Dessy aveva tutti i requisiti perché ci si potesse, impegnando il suo onore, fidarsi di lui (V. Teodorani Da Milano alla prefettura di Como in “Asso di Bastoni” n. 42 del 31 ottobre 1954, pag. 3). Nella precedente intervista del 1947, non essendo allora evidentemente informato sulla medaglia d’argento acquisita per i fatti di Como e Dongo, Teodorani si era così espresso su Dessy: …desidero anche specificare che io avevo piena fiducia nel Comandante D, da me conosciuto personalmente e lealissimo fino alla fine (Un nipote di Mussolini trattò per salvargli la vita in “Corriere d’Informazione” del 26-27 marzo 1947).  
[11] Cfr. C. D’Adamo Battaglia di Capo Teulada – V. alla Pagina Conclusioni nel blog “Regia Marina Italiana”.
[12] Si veda in tal senso G. Bianchi - F. Mezzetti in “Mussolini. Aprile ’45: l’epilogo” pag. 34.
[13] Pur se tendenzialmente anticomunista, l’OSS giacché prevalentemente guidata da protestanti era non meno antipapista e inoltre sprezzante dell’ambiguo opportunismo savoiardo. La formazione politica più vicina alle grazie statunitensi era il partito liberale che aveva però scarso seguito nel popolo. Ciò comportò da parte dell’OSS, almeno inizialmente, un trattamento di particolare favore verso le formazioni targate GL date le radici liberali di sinistra non marxista, anticlericali e repubblicane in genere. Discriminante che oltre a danneggiare le formazioni monarchiche e cattoliche, andava a oggettivo vantaggio delle brigate “Garibaldi” d’intonazione socialcomunista.
[14] Cfr. E alla fine Mussolini si trovò solo in “Historica” n. 25 ott-dic. 2012, pp.14-15.
[15] L’acronimo finora sconosciuto S.I.C. rappresenta forse un’inesistente sigla di comodo. Il fantomatico SIC corrispondeva in realtà al S.I.S. (Servizio Informazioni Segrete) creato nel giugno 1944 dal governo del Sud quale appendice operativa della Direzione Affari Generali e Riservati del ministero dell’Interno. L’imbarazzante coincidenza con l’omonimo S.I.S. britannico, Intelligence Service, potrebbe aver appunto indotto a tale modifica. Ciò si desume da quanto dichiarato alla stampa del dopoguerra dall’ex responsabile del SIM del Regno del Sud, ammiraglio Agostino Calosi: Il Servizio Informazioni Segrete (S.I.S.) della Marina nell’Italia occupata dai tedeschi faceva capo al Capitano di Fregata, Giovanni Dessì, particolarmente aiutato nel suo compito dal dottor Guastoni e dal dottor Carletto Guaitani. Il Comandante Dessì era in stretto collegamento con gli ufficiali americani dell’OSS e inglesi dell’<Intelligence Service> operanti in Svizzera (dall’intervista rilasciata da Calosi al quotidiano del mattino “Il Tempo” del 4 maggio 1949).  Il SIS di cui tratta Calosi era stato sciolto nel 1948.
[16] Coniugato con Rosa Mussolini, figlia di Arnaldo.
[17] Scrive in proposito Romualdi: A un certo punto, il colonnello D  mi prese sottobraccio, mi portò in un angolo della sala e, in tutta confidenza, mi disse di essere un capitano di vascello della Regia Marina, passato da settembre, agli ordini del servizio segreto angloamericano. Mi parlò della sua buona fede e anche delle sue idee fasciste, che lo avevano fatto essere in prima linea fino al momento dell’armistizio. Successivamente per salvare il salvabile aveva ritenuto di entrare nel gioco degli <ex nemici>, che a loro volta assicuravano una rapida e favorevole revisione delle clausole d’armistizio, in particolare in relazione alla possibile restituzione della flotta, se fosse stato loro consegnato Mussolini, che non volevano né uccidere né processare, ma confinare in un’isola americana (P. Romualdi “Fascismo repubblicano” pag. 189).
[18] Daria Borghese Mio marito gettò le sue medaglie e mi disse piangendo: ora non servono più in “Oggi” n. 12 del 20 marzo 1958, pag. 41.
[19] Cfr. J.V.Borghese e la Xa Flottiglia Mas a cura di M. Bordogna, pag. 192.
[20] Il battaglione “Fulmine” al comando del col. Carallo resistette pur con gravissime perdite presso la Selva di Tarnova nei pressi di Gorizia impedendo agli slavi l’ingresso in città.
[21] Cfr. Rete Nemo: il Cln consegna Trieste…cit.
[22] Nel corso di un’intervista rilasciata nel 1976 a Livio Caputo, Angleton rivelò che per entrare in contatto con Borghese l’OSS utilizzò l’ex marò Antonio Marceglia, già prigioniero dagli inglesi dopo l’impresa di Alessandria cui partecipò attivamente e poi liberato inseguito l’aver egli aderito al Regno del Sud. L’offerta di Angleton a Borghese consisteva nella promessa che se fosse riuscito a impedire danneggiamenti ai porti da parte tedesca, egli sarebbe stato sottratto ai partigiani che non nascondevano l’intenzione di volerlo al più presto fucilare. Superate le linee a Carrara, Morceglia riuscì tra non poche difficoltà a mettersi in contatto diretto con Borghese al quale riferì la proposta di Angleton. Riferì in seguito Marceglia che:..Borghese (gli) disse che aveva mantenuto in piedi la Decima al fine di proteggere gli impianti industriali dai tedeschi e di aver inviato suoi reparti nella Venezia Giulia per proteggere questa regione dalle mire tedesche e slave. Aggiunse inoltre che:…potevo comunicare al governo del Sud il suo assenso relativamente alle questioni trattate. Non voleva far causa comune con quelli del Sud ma, dal punto di vista dell’interesse nazionale, era d’accordo. (“J.V.Borghese e la Xa Flottiglia Mas” cit. pag. 182).
[23] Daria Borghese art. cit. pag. 42.
[24] Oltre al noto volume di U. Lazzaro “Bill” Dongo, mezzo secolo di menzogne ivi pp. 90-157, segnaliamo sempre sull’argomento, l’altrettanto intrigante volume di Eraldo Vannozzi La fucilazione di Mussolini – Una storia riscritta.
[25] Sui motivi per cui Colombo si era imprevedibilmente trovato a far parte del gruppo dei fermati, v. E. Amicucci “I 600 giorni di Mussolini” pag. 281. Circa l’identificazione di Colombo da parte di uno sconosciuto astante al posto di blocco di Cadenabbia, permangono non poche perplessità che hanno dato adito a sospetti di scarico dell’ingombrante personaggio da parte dei suoi stessi compagni di viaggio. Ipotesi questa che trova sottile sostegno da quanto scritto, sempre da Amicucci e cioè che (…) Il Comandante Dessj, dopo aver lungamente parlamentato col capitano della guardia di finanza ( nella presente versione manca la presunta conoscenza marinara tra Dessy e Punzo, così come la telefonata chiarificatrice da parte del Cln di Como) alla fine ottenne che lasciato in ostaggio il Comandante della <Muti> troppo chiaramente individuato, gli altri potessero riprendere la via di Como. (…) Tornati a Como Romualdi, Teodorani e Dessj si recarono in prefettura (…) dove Guastoni manifestò la sua delusione per l’insuccesso ma continuò ad assicurare che gli anglo-americani avrebbero sterminati tutti i comunisti ( pag. 238). In realtà gli anglo-americani tardarono appositamente a entrare in forze a Milano fino al 30 aprile, per dar modo a comunisti e non,  di eseguire al loro posto la sporca incombenza di eliminare fisicamente parte degli sconfitti si dar poter poi far figurare gli stessi  anglo-americani come dispensatori d’ordine anche a tutela degli ex nemici. Riguardo poi ad Amicucci, la sua versione è rafforzata dal fatto di essersi trovato in zona dove fu poi arrestato insieme al questore di Alessandria, Eugenio Caradonna – nulla a che fare con l’omonimo Giuseppe – cui accenna Romualdi ( cit. pag. 193) come compagno di cella nelle sosta che il suo gruppo ebbe a Spurano, prima di arrivare a San Fedele.  Romualdi aggiunge che insieme a Caradonna c’era “un altro signore del Cln di Como, evidentemente scambiato per un fascista” (id) mentre dovrebbe trattarsi proprio dell’Amicucci che, quale ex direttore del “Corriere della Sera” a Milano durante la Rsi, non poteva essere del tutto sconosciuto a Romualdi. La stessa relazione partigiana concernente la cattura di Amicucci e Caradonna, vanta contestualmente il fermo dell’auto della missione Dessy…inseguita dai nostri partigiani sino al posto di blocco di Cadenabbia dove vennero fermati. Un nostro Volontario della Libertà conobbe Colombo e si procedette subito al fermo. In quel momento sopraggiungeva il Comandante dei Partigiani della Valle Intelvi (?) che prelevò dal posto di blocco di Cadenabbia, Colomboe lo portò (insieme agli altri?) al suo distaccamento. A Como si vantò di aver eseguito egli stesso il fermo (Relazione sull’arresto di Colombo a firma “Arturo”- Fondo Moltrasio, ISR di Como).
[26] Giovanni Tacchini era l’autista di Buffarini e, insieme a questi, al ministro Tarchi e al commissario Saletta, venne bloccato a Porlezza Oria da alcuni finanzieri da poco passati al nemico per ordine del loro comandante Maugeri. L’auto di Buffarini, un’”Aprilia” nera targata BS 19191 venne immediatamente presa in consegna, autista compreso, dal trio Dessy,Guastoni, Guaitani che  provenienti dalla Svizzera, stavano recandosi urgentemente a Como. Particolare curioso: i tre sprovvisti di mezzi di locomozione erano tuttavia in possesso della singolare targa automobilistica intestata alla Regia Marina “RM 001” con la quale sostituirono la targa originale.
[27] Articolo non firmato attribuito a V. Teodorani Un agente informativo del Sud nel pieno del dramma di Dongo in “Asso di Bastoni” n. 46 del 26 novembre 1956, pag. 3
[28] A. Zanella L’ora di Dongo pag. 474.
[29] Ibid.
[30] Pare che il breve tragitto sia stato irto d’insidie fra cui, come narra De Angelis, un sospetto tentativo omicida:Non appena superammo il centro di Menaggio, la nostra vettura fu fatta segno ad un attacco di fucileria. Una pioggia di fuoco. Diedi l’ordine di accelerare e in quel modo riuscimmo a sfuggire alla morte. Ho sempre pensato che quell’azione sia stata condotta da Guido (Aldo Lampredi) che aveva preceduto di mezz’ora il suo compagno di missione (Dichiarazione raccolta da Fabrizio Bernini, inserita da questi nel suo saggio “Così uccidemmo il Duce” pag. 120).
[31] In una dichiarazione rilasciata a “Il Messaggero” del 30 aprile 1949, Audisio ebbe a negare di aver ordinato l’arresto di Sforni e De Angelis smentendo così le sue precedenti narrazioni nelle quali si raccontava di aver ordinato il loro arresto già a Como. Non sembra a ogni modo plausibile che lo storico militare Manzari abbia assunto per buone le prime rivelazioni fornite da Audisio,  non necessariamente coincidente col sedicente “collonello Valerio”, aggiungendo per di più Dessy ai già fantomaci “arrestati” in Como.
[32] Cfr. La Rsi è finita a Como…cit. pag. 14
[33] Nota a margine del Manzari riferita ai documenti mussoliniani: Nelle vicende degli archivi di Mussolini, compare la figura dell’Ufficiale CREM Aristide Tobasso, agente segreto della R. Marina e poi degli Alleati. Il 6 giugno 1945 egli riuscì a impossessarsi di 40 chilogrammi di documenti, dei quali redasse una dettagliata descrizione e che consegnò in copia, a Umberto II a Cascai ( nota n. 146, pag. 201).
[34] Indicativo in proposito il marconigramma inviato a Elia dagli Alti Comandi in data 2 maggio 1945, giorno d’entrata in vigore della resa tedesca in Italia: Nello storico giorno resa forze armate germaniche fronte Sud, Comandi in capo italiano e alleato esprimono at voi et tutti componenti vostra rete ammirato plauso per slancio e fede et intelligenza et fecondi risultati missione nemo che si alto contributo habet dato vittoria alt
[35] Quale responsabile del SIM Alta Italia è a Dessy che deve necessariamente  risalire la nota diramata dal SIM Nord Italia  n. 93 del 31 marzo 1945 dove, contrapponendoli a Pavolini e alla sua “cricca”,  si elargiscono inusitate lodi a Romualdi e Cantagalli, “idealisti, onesti e degnissimi sotto tutti gli aspetti morali”, divenuti poi simmetrici  responsabili delle rese fasciste a Como e Milano ( V. E alla fine Mussolini restò solo in “Historica”n.25/2012 pag. 15).
[36] P. Romualdi cit. pp.194-195.
[37] Trattasi di Donald Jones, vice console e capo centro OSS di Lugano il quale ricevuta segnalazione che il prefetto di Como, Celio, aveva cercato di convincere Mussolini a consegnarsi agli statunitensi, ne riferì a Berna ad Allen Dulles il quale respinse tale possibilità specificando a Jones “di stare alla larga dal Duce” (Cfr. P. Romualdi cit. nota n. 2, pag. 265).
[38] La verità sul 27 aprile 1945 – Lettera a <L’Europeo> In “Asso di Bastoni” n. 8 del 26 febbraio 1956, pag. 3.
[39] Da Milano alla prefettura di Como in “Asso di Bastoni” n. 42 del 31 ottobre 1954, pag. 3.
[40] “Durante la seconda guerra mondiale (Guastoni) aveva preso contatti con la missione SIM del Regno del Sud e quindi col comandante Elia (Nemo) e con comandante Dessì (SIM-SIS) in Milano. Per coprire l’attività spionistica Guastoni, detto Dorino, figurava procuratore delle attività della ditta Vismara a Castenovo vicino a Erba ( A. Zanella cit. pag. 295).

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