Sull’odore di plastica bruciata

Alcune riflessioni tecniche con l’intento di avere risposte da chi di dovere, sicure di essere nell’errore chiediamo al fine di essere certe si tratti di problemi di comunicazione e che tutto quanto è dubbio per noi sia già stato ampiamente chiarito da chi di competenza. Le domande tutte meritano risposta, anche le nostre che sono scomode, ma chi è nel giusto non le tema.

“I dubbi sono più crudeli della peggiore verità” MOLIÈRE

Partendo dal Documento autorizzativo A.I.A. del 23/09/2016, abbiamo cercato di dare una risposta alla domanda “Cosa puzza di plastica bruciata?”. Una domanda che aleggiava, soprattutto quando l’attività era a regime, e che ora forse si è riusciti a far quasi dimenticare.  La domanda è: “ma perché le emissioni di una ceramica devono puzzare di plastica?”.

Ora sembra che tutto sarà risolto dalla modellizzazione. La modellizzazione andava fatta ed andava fatta prima di tutto perché proprio ARPAE nell’Allegato 1 all’AIA segnala che nella zona di interesse ”il vento proviene prevalentemente da Nord-Est o da Est-Nord-Est; Per circa ¼ dell’anno l’inversione termica è significativa” .Ma la cosa più interessante da segnalare è che le Scuole Medie di Borgo Val di Taro, nonché quelle Superiori, si trovano proprio in direzione dei venti indicati, essendo in posizione sud-ovest, ovest-sud-ovest rispetto allo stabilimento stesso. Non riusciamo a comprendere l’affermazione : “Le autorità competenti, per il rilascio delle autorizzazioni, tengono conto delle caratteristiche tecniche dell'impianto, della localizzazione geografica e delle condizioni ambientali locali” giustamente citata in  http://ippc-aia.arpa.emr.it/Intro.aspx se, alla luce di quanto precedentemente espresso, non è stata neppure richiesta una valutazione con modellizzazione per valutare i possibili effetti di dispersione degli inquinanti.La modellizzazione è uno strumento, come si vede, e come tale serve i suoi utilizzatori che ne determinano il momento d’uso e le modalità di applicazione. Il momento d’uso giusto sarebbe stato prima.

Con le riflessioni sulla modellizzazione si corre il rischio di portare il livello del discorso fuori dalla portata del comune cittadino e di non spiegare l’origine dell’odore percepito, e delle problematiche riscontrate. La modellizzazione può arrivare al risultato che qui la situazione è peggiore che in altri luoghi e le emissioni possono avere un impatto più significativo, anche molto più significativo, ma noi abbiamo anche il diritto di sapere cosa respiriamo, cosa viene bruciato, perché, pur esposti ad anni di impatti di industria ceramica, non abbiamo mai percepito nulla di simile.

La modellizzazione di cosa deve studiare la dispersione? Non è forse questo il vero tema sul quale i cittadini devono essere informati? E dato che il modello utilizzato sarà certamente solidissimo, siamo sicuri che saranno altrettanto inattaccabili i dati di input relativi al parametro principale di un qualsiasi modello di dispersione, ovvero il quantitativo (e la tipologia) di sostanze disperse in ambiente dalla sorgente stessa?

Facciamo solo un esempio sulla frequenza dei controlli previsti in AIA del 23/09/2016:
esempio: Sull’Emissione principale il camino del Forno di Cottura E13
In autocontrollo (laboratorio di fiducia della ditta) le polveri ed il fluoro sono controllati trimestralmente.  
Le emissioni di Pb e NOx sono controllate annualmente le SOV e le Aldeidi sono controllate semestralmente.
 I controlli di ARPAE * solo se necessario.
I prelievi a camino per quanto ricavabile dai CRIAE non dovrebbero durare più di 60 min e pertanto i SOV e le Aldeidi dell’Emissione principale E13 saranno misurati in autocontrollo 2 ore/anno ovvero lo 0.025% del tempo sull’attività della ditta (24 h x 330 giorni)  
Qualsiasi modello con tale dato si deve rapportare!   

 Sui dati di input a parte l’aspetto quantitativo, sul quale si dovrebbe andare in fiducia, esiste poi l’aspetto qualitativo, sul quale, se ci fosse stata maggiore chiarezza iniziale, ora si potrebbe avere un po’ più di sicurezza sull’aspetto quantitativo.

Parliamo quindi dell’aspetto qualitativo e partiamo dal documento Pubblico ALLEGATO_1___RELAZIONE_TECNICA scaricabile su:

http://ippc-aia.arpa.emr.it/Homepage.aspx    alle pagine 53-54-55 e 56 sono indicate alcune delle materie prime utilizzate suddivise in prodotti pericolosi e non pericolosi.

  Basta una semplice ricerca su internet per trovare alcune delle relative schede tecniche non solo di sicurezza dei vari "smalti" pericolosi e non pericolosi, in realtà paste e veicoli serigrafici, e si può scoprire che molti di questi “smalti” contengono, oltre che glicoli, anche polimeri sintetici e resine (cioè plastica).

Alcuni esempi tra i pericolosi:


Oppure tra i non pericolosi:



Ve ne sono sicuramente altri, ma non tutte le schede si possono reperire dal web. E’ pure possibile si tratti di omonimia ma è ragionevole ipotizzare che la tipologia di sostanze sia quella perché l’utilizzo di materiali polimerici e resine nella stampa digitale è cosa nota e risaputa dagli addetti ai lavori da oltre venti anni tant’è che una nota ricerca http://amsdottorato.unibo.it/89/1/Tesi_Marino.pdf anno 2005-2006 fatta con la collaborazione anche di ARPAE lo dimostra.

E’ da notare, che almeno tra i prodotti utilizzati contenenti sostanze pericolose, il consumo di questi “smalti” è oltre di 16 volte quello degli “inchiostri” nello stesso Progetto Preliminare. Quello che avviene all’interno della ditta è di fondamentale importanza per capire cosa ne deriva all’esterno e deve essere reso noto a chi di dovere, ovvero alla popolazione che è soggetta alle emissioni come giustamente citato in  http://ippc-aia.arpa.emr.it/Intro.aspx ovvero: “la normativa IPPC prevede inoltre un'ampia partecipazione del pubblico poiché la popolazione ha diritto di partecipare al processo decisionale ed essere informata delle conseguenze”.

Ma se già da 25 anni almeno (vedasi Bertoni, D., Mazzali, P., Vignali, A., “Analisi e Controllo degli Odori”, Quaderni di Tecniche di Protezione Ambientale, vol. 28,Pitagora Ed., Bologna, 1993) si sa che “una particolare forma di inquinamento recentemente individuata è appunto quella connessa alle sostanze organiche per la preparazione degli smalti. Queste, durante il passaggio in forno, determinano la presenza nei fumi di sostanze caratterizzate da odori e aggressività. La tecnologia produttiva è poi tale da incrementare questo fenomeno. Le piastrelle infatti entrano  in formo in controcorrente al gas che proviene dalla zona di cottura ed il gradiente termico cui vengono inizialmente esposte è relativamente basso, comunque tale da prevedere la loro permanenza ad una temperatura di 300-400°C. A questo punto le sostanze organiche contenute negli smalti cominciano a decomporsi in frazioni molecolari più leggere senza subire degradazione totale per azione pirolitica; le sostanze che evaporano vengono poi trascinate dai fumi verso il camino di emissione determinando appunto il fenomeno di odori nell’area interessata alla ricaduta dei fumi”, ci chiediamo:
·      come sia possibile che in A.I.A. e nello Studio Preliminare del Giugno 2016 non si faccia nessun cenno alla possibile emissione di sostanze odorigene, se non nello Studio Preliminare stesso, ma limitatamente alla gestione/stoccaggio dei rifiuti
·      come sia possibile che fingano tutti stupore quando tale odore si manifesta
Un’altra perplessità riguarda l’individuazione come unica causa degli odori l’utilizzo di sostanze vegetali (in particolare olio di palma) quando è risaputo che tali sostanze odorigene derivano in genere principalmente da “due cause distinte. La prima imputabile all’impiego di granulatori, resine viniliche, per la preparazione di smalti per applicazioni a secco, la seconda imputabile ai veicoli serigrafici il cui uso è ultimamente incrementato considerevolmente per effetto dell’aumento delle applicazioni serigrafiche in fase di smaltatura.” Applicazioni serigrafiche innovative nelle quali l’azienda si dice eccellere. “I veicoli serigrafici a base organica utilizzati più frequentemente sono:
·      solventi: glicoli o poliglicoli etilenici e propilenici;
·      addensanti:cere,amidi,amido glicerolato;
·      fluidificanti: poliacrilato;
·      fissatori: carbossimetilcellulosa, alcool polivinilico, amidi.

La maggior parte delle sostanze organiche sopra specificate non sono sarebbero affatto di origine vegetale, per lo più sono sostanze di sintesi e tra queste vi sono molti polimeri/resine sintetiche (ovvero “plastica”). Sgombriamo il campo da un possibile misunderstanding. La distinzione tra il termine polimeri e plastica si trova nello IUPAC (Unione internazionale di chimica pura e applicata) che definisce le materie plastiche come "materiali polimerici che possono contenere altre sostanze finalizzate a migliorarne le proprietà o ridurre i costi", e raccomanda l'utilizzo del termine polimeri in sostituzione di quello generico di plastiche, ma in definitiva le resine sono in tutto e per tutto materie plastiche anche con tale  “sottile” distinzione e, per la stessa terminologia raccomandata da tale autorità (i cui membri sono tra gli altri Industrie Chimiche e di Materie Plastiche) anche il PVC non additivato (sempre che se ne avvedesse l’uso in qualche campo) dovrebbe essere definito materiale polimerico sintetico, anziché plastica, con la particolarità che il PVC bruciando produce diossine. Il target di questo documento non sono i membri dello IUPAC ma la gente e alla gente la “sottile”, per non dire altro, distinzione tra polimeri sintetici e plastica, che si basa più sul fatto che sia o meno modellabile, non interessa proprio, in quanto non la si utilizza come contenitore, ma la si brucia. Inoltre non si ci è noto che qualcuno sia in grado di rilevare  qualitativamente “odore di polimero sintetico non additivato bruciato”. Forse solo un panel di esperti olfattivi dello IUPAC.
Le plastiche sono comprese nei polimeri sintetici che sono a loro volta compresi nelle materie organiche. Seppur corretto è forse fuorviante chiamare “materiale organico” anziché “plastica” i polimeri sintetici e le resine (specie se si è tenuti a comunicare in trasparenza alla popolazione). Il termine “plastica” pur essendo meno corretto è forse più calzante per quanto riguarda la percezione degli odori, tanto che quello che in molti hanno riconosciuto e lamentato era odore acre di plastica bruciata non puzza di materiale organico bruciato, e nemmeno puzza di polimero sintetico non additivato bruciato.. Considerato che, addittivata o no, la plastica sottoposta ad elevate temperature produce, per la parte costitutiva principale, gli stessi prodotti di decomposizione (come ad esempio le diossine nel caso del PVC) la distinzione tra plastica e materiale polimerico sintetico la troviamo piuttosto marginale. In ogni caso siamo perplessi che chi era tenuto a spiegare quali fossero le cause delle sostanze odorigene ha parlato inizialmente esclusivamente di “vegetale”. E li non c’è proprio IUPAC che tenga.

Nella stessa pubblicazione Bertoni, D., Mazzali, P., Vignali, A., “Analisi e Controllo degli Odori”, Quaderni di Tecniche di Protezione Ambientale, vol. 28,Pitagora Ed., Bologna, 1993 viene riportato un elenco dei composti organici volatili individuati su campioni prelevati alle emissioni di forni per cottura di prodotti smaltati con diverse applicazioni serigrafiche, con le relative concentrazioni, che troviamo ripreso nella seguente Tab.2.1 della http://amsdottorato.unibo.it/89/1/Tesi_Marino.pdf, e viene specificata la possibile origine dei composti più significativi accertati: la presenza delle aldeidi (e facciamo notare che l’acroleina è quella rilevata a maggiori concentrazioni - 30 volte la formaldeide e 20 volte la acetaldeide) “può avere origine nella fiamma, ma si giustifica anche con la decomposizione termica dei poliossietilene che appaiono fra i materiali utilizzati nei vari stabilimenti. I derivati dell’1,4-diossano si originano, con molta probabilità, dall’esterificazione ciclica dei dieteri lineari del glicole propilenico. Gli alchilderivati del 1,3-diossano si formano per acetilizzazione ciclica del glicole propilenico” libero o formatosi “ad alta temperatura dai suoi dieteri lineari.I derivati del 1,3-diossolano sono caratterizzati da cattivo odore e da concentrazione di soglia olfattiva molto bassa.” Concludendo “ Per rendere compatibile la lavorazione con l’ambiente è pertanto necessario promuovere a livello aziendale opportune ricerche per sostituire i prodotti che causano gli inconvenienti con altri, possibilmente a natura inorganica, a basso impatto ambientale” considerando che “risulterebbe economicamente svantaggioso procedere all’abbattimento di queste sostanze”. Sappiamo bene che gli auspici di tale pubblicazione non si sono assolutamente avverati, e nell’epoca della serigrafia digitale, delle macchine rotative tipo rotocer ed altre, il ricorso a tali materiali polimerici sintetici e resine è andato incessantemente  ad aumentare, i glicoli si utilizzano ancora nel processo, i forni hanno sempre la caratteristica di avere una fase di pre-heating che porta alla decomposizione delle diverse sostanze organiche utilizzate (plastiche e non) e successiva evaporazione dei prodotti di decomposizione e pirolisi parziale (ossidativa e non). Ma si potrebbe poi scherzando dire: “Basta però un poco di olio di palma …e la plastica va giù.”

La stessa Tesi di ricerca del 2005-6 (http://amsdottorato.unibo.it/89/1/Tesi_Marino.pdf), mostra come anche alcuni polimeri utilizzati in questa tipologia di preparati, possono generare,  già da soli, e non solo quindi come dice ARPAE a Rubiera (https://www.arpae.it/cms3/documenti/reggioemilia/Slide_controlli_odori_a_Rubiera.pdf)   “a causa della combinazione del glicole etilenico (…) con se stesso e con aldeidi provenienti dalla degradazione termica delle sostanze organiche”, 1,3 diossolano e derivati, in particolare i poliossietileni (o polietilenglicoli) PEG 400 ed il PEG 4000, polimeri a basso/medio basso peso molecolare del glicole etilenico, i quali, non essendo classificati come pericolosi, potrebbero non risultare neppure dichiarati dalla ditta ma che, come vedremo, alla combustione possono sviluppare non solo le sostanze odorigene sopra indicate ma una quantità maggiore di COV per grammo di additivo in ingresso al forno utilizzato per le prove (espressi in TOC stat nelle tabelle 6. 1, 6.7 e 6.8 della Tesi sopraccitata), nonché una peggiore classificazione di cancerogenicità e pericolosità, secondo una scala definita si dal ricercatore, ma non certo arbitrariamente. Di certo non si può snobbare una tesi di Dottorato di Ingegneria dei Materiali dell’Anno Accademico 2005-2006 dell’Università di Bologna, né fare risolini o spallucce.

Facciamo presente che il PEG 4000 lo si può anche mangiare. In Farmacopea passa col nome di Macrogol 4000 e lo troviamo in noti preparati. Beh non lo si può bruciare con la stessa leggerezza con la quale lo si usa come blando lassativo. E neppure con la stessa leggerezza con la quale si potrebbe autorizzarne l’utilizzo “inconsapevole” in A.I.A.
La plastica (o i polimeri sintetici), se non addittivata con sostanze pericolose e se non bruciata è in gran parte da considerarsi non è pericolosa. A causa di ciò non è mai dichiarata nel documento  ALLEGATO_1___RELAZIONE_TECNICA, dove  alle pagine 53-54-55 e 56 sono indicate alcune delle materie prime utilizzate suddivise in prodotti pericolosi e non pericolosi.
Secondo il nostro avviso dovrebbe invece essere esplicitata nella documentazione l’individuazione di tutti i componenti, pericolosi e non  pericolosi, e le rispettive quantità utilizzate, poiché tali componenti sono sottoposti a temperature elevate, ovvero dai 300°-400°C probabili del pre-heating sino ai 1200°C nei forni ceramici

Portiamo ad esempio l’estratto a pagina 54 della Relazione Tecnica, dove compare, siamo quasi certe per errore, riguardo all’uso del Metilpirrolidone, la frase “coadiuvante nella filatura del PVC”. Dato che si intendono gli usi interni allo stabilimento, si sarebbe almeno dovuto chiederne contezza dell’utilizzo, in quanto il PVC, secondo i criteri utilizzati nella Relazione Tecnica e nell’A.I.A. conseguente, non sarebbe stato necessario dichiararlo, in quanto il PVC non è in se considerabile un pericoloso, ma sappiamo benissimo che la combustione del PVC genera tra l’altro addirittura diossine, ovvero le sostanze più tossiche e persistenti per definizione. Ecco l’estratto:
 Non crediamo che nessun additivo utilizzato possa essere costituito da PVC. Sarebbe terrificante. Ma di certo con i presupposti di cui sopra non ritenete forse voi che l’ARPAE fosse tenuta a chiedere una integrazione che desse chiarimento a questo possibile refuso?
Le  diossine,  assolutamente non valutate in A.I.A., possono tuttavia essere  presenti nelle argille, specialmente nelle ball clay, ma anche in primary kaolin clay e secondary Kaolin clay, sia per cause di origine antropica, che naturali, ma che risultano un tipico problema dell’utilizzo di argille sia dal punto di vista dell’emissione in ambiente esterno dovuta alla cottura delle stesse, sia per le implicazioni in ambiente di lavoro, il tutto ben studiato su scala internazionale. Un problema che sembra trascurato in Italia in entrambi i campi, o almeno così ci appare, dal momento che nessun riferimento è stato fatto nei documenti da noi visionati e resi accessibili al pubblico. Possiamo citare sempre dell’EPA Characterization of Dioxin Emissions from Sources That Use Ball Clays Emission Test Report: Unimin Corporation, Gleason, Tn Final Report (Non-Confidential Version), ma anche schede tecniche di Argille, anche italiane, dove nelle altre informazioni si cita “Diossine Il materiale può contenere tracce infinitesimali (parti per trilione) congeneri di diossine naturali (PCDD, PCDF), compresa la 2,3,7,8-TCDD. La TCDD è stata classificata come cancerogena per l'uomo dalla IARC nella Monografia 69 (1997). Se questo materiale viene utilizzato per alimenti per animali o per l'uomo, o per fini cosmetici, è fortemente consigliato controllare se è conforme ai requisiti della legislazione pertinente, in particolare rispetto al contenuto di diossine.” http://www.sibelco-italia.com/sites/default/files/Ravenna_Argille_rev00_1.pdf. Inoltre è da considerare che tra i primi fornitori, se non il primo di argille, in Italia è l’Ucraina. Se vediamo la brochure (http://www.sibelco.eu/sites/www.sibelco.eu/files/Premiere%20tile%20pressing%20clays.pdf) di un’azienda leader del settore vediamo che tra le migliori argille per il gres di qualità abbiamo il DBK-0 della serie Premiere che non è altro che ball clay con alte caratteristiche prestazionali. Ma sappiamo anche che il ball clay è quello che può contenere diossine anche in quantità elevate.
Chi è preposto alla tutela della salute pubblica e dei luoghi di lavoro, dovrebbe andarsi a leggere ad esempio: https://clu-in.org/download/contaminantfocus/dioxins/dioxins-and-cla-10594.pdf dove si tirano le seguenti conclusioni Discussion: The congener patterns in her serum, soil and ceramic clay suggest strongly that the dioxin contamination in clay and not soil was the dominant source of dioxin contamination in this subject’s serum.” Nelle stesse BAT per il settore Ceramico della Comunità Europea dell’Agosto 2007 (http://eippcb.jrc.ec.europa.eu/reference/BREF/cer_bref_0807.pdf) si fa riferimento al parametro diossina per valutare l’efficacia di sistemi di abbattimento come il thermal afterburning, il wet flue-gas cleaning o l’electrostatic precipitator. Se le diossine non fossero da considerare ci chiediamo allora: “perché le BAT le prevedono?” e perché non sono state considerate nei CRIAER? Ricordiamo che per le stesse BAT i filtri a maniche, le uniche tipologie di sistemi di abbattimento previsti inizialmente in AIA (e da quel che si capisce ad oggi utilizzati), quando non sono associati ad altri sistemi di abbattimento, servono solo a ridurre il particolato (Punto 4.2.3).
Nel caso di specie, per quanto indicato in A.I.A. e nello Studio Preliminare, solo per “le emissioni provenienti dai forni i filtri a maniche di tessuto, sono pre-rivestite di reagente solido, idrossido di calcio, per l’assorbimento del fluoro nel caso di emissioni dai forni. Alla luce di quanto precedentemente espresso non ci si spiega la rispondenza alle “ BAT (best available techniques) e al fatto che le condizioni delle autorizzazioni devono essere basate sulle migliori tecniche disponibili (MTD); ” come giustamente citato in  http://ippc-aia.arpa.emr.it/Intro.aspx,.
Dopo la digressione sulle diossine, causata dalla lettura della frase “coadiuvante della filatura del PVC”, tra gli usi di un solvente utilizzato, per un probabile refuso,  torniamo alla plastica.

In conclusione quindi la combustione nel forno non poteva che generare puzza di.....plastica bruciata! Ma la popolazione non ne è stata informata. Non si è piuttosto finito per confonderla? Con, ad esempio, semplificazioni come:“Sostanze odorigene: le sostanze che provocano l’odore ormai tristemente noto a tutti sono di origine vegetale e non sono le stesse che provocano bruciore a occhi e gola;” (http://www.videotaro.it/editoriali_dettagli.php?ideditoriale=5708  che riprende un comunicato de L’Aria del Borgo del 01/03/’17).

Perché inizialmente è stato utilizzato il termine  “vegetale”? Allo scopo di delimitare l’origine degli odori all’utilizzo di sostanze vegetali, come l’olio di palma presente in taluni inchiostri? Dalla cui combustione tra l’altro potrebbe derivare pure la pericolosissima acroleina; in seguito è stato utilizzato il termine “organico”, termine molto generico, che può indicare un’ampia gamma di prodotti che vanno dall’olio alla bistecca, dalla bottiglia di plastica al pallone da calcio (ovvero tutto ciò che contiene carbonio tranne ossidi e sali inorganici di carbonio). Col termine “vegetale” si è omesso un certo contributo alle emissioni odorigene, con il termine “organico” lo si è incluso ma non lo si rende mai chiaramente comprensibile alla popolazione, in contrasto con quanto si afferma sul diritto della stessa ad essere trasparentemente informata. Un contributo che è dovuto non solo ai glicoli, ma anche ai polimeri sintetici ed alle resine (ossia plastica) che, come a istinto possiamo subito intuire, quando bruciano puzzano di plastica bruciata e che, come chiaramente dimostrato nella Tesi di Dottorato citata “uno dei problemi legati all’emissione di SOV da lavorazioni ceramiche oltre al fattore tossicità, è l’impatto odorigeno che alcune emissioni sono imputate di creare nelle vicinanze degli impianti produttivi Come si può notare nella Tab. 6.72”  (di seguito riportata) “ molte delle SOV riscontrate nelle indagini effettuate con gli additivi organici ed con le miscele industriali, sono caratterizzate da soglie olfattive estremamente basse. Tra queste sono presenti molte Aldeidi (acetaldeide, benzaldeide, butirraldeide, propionaldeide, acroleina, crotonaldeide, metacrilaldeide, isobutirraldeide, valeraldeide, formaldeide)”.

Relativamente alle Aldeidi, partendo da quanto sopra citato, non riusciamo a capire la dichiarazione (o la semplificazione riportata dal  Comitato L’Aria del Borgo) che afferma che “dalla relazione del direttore di ARPAE Parma, Eriberto De Munari, in consiglio comunale” del 28 Febbraio 2017 (http://www.videotaro.it/editoriali_dettagli.php?ideditoriale=5708  che riprende un comunicato de L’Aria del Borgo del 01/03/’17), è emerso che la formaldeidenon è dichiarata in AIA, e della quale non si sa nulla circa l'uso nel ciclo di lavorazione” quando invece esiste addirittura la ricerca sopraccitata, fatta in collaborazione con ARPAE, che la individua come una delle sostanze generate proprio dai glicoli e dai materiali polimerici utilizzati come additivi nelle più recenti tecnologie di serigrafia digitale utilizzate nella Industria Ceramica.  

Inoltre proprio ARPAE (https://www.arpae.it/cms3/documenti/modena/distr_ceramico/Sad_gli_approfondimenti.pdf) nel Programma ambientale del distretto ceramico di Modena e Reggio Emilia  segnala  che “L’esame dei dati a disposizione fino ad oggi indica come il maggior contributo alle aldeidi derivi da quelle a basso peso molecolare, ed in particolare da formaldeide,acetaldeide ed acroleina, composti che presentano una soglia olfattiva molto bassa.” e ARPAE, nello stesso documento, evidenzia che durante i controlli effettuati, oltre il 20% delle emissioni di Aldeidi dei forni ceramici abbia concentrazioni superiori al 50% del valore limite previsto. Per i SOV ad esempio l’incidenza dei superamenti al 50% della soglia è risultata del 19% nello stesso documento.  Ebbene da parte di ARPAE non si sa quindi relativamente alla formaldeide “nulla circa l'uso nel ciclo di lavorazione”?

 Non ci è chiaro su quali basi sia stato possibile, prima di effettuare le analisi presso le abitazioni (analisi che poi sono state definite  “conoscitive” e quindi non formali), dichiarare, più volte, l’assenza di rischio per la popolazione, sapendo che sostanze tossiche e pericolose possono comunque accompagnare le emissioni odorigene e senza essere a conoscenza della concentrazione delle stesse durante gli eventi odorigeni (e non ci risulta che lo si sappia tutt’ora da misurazioni ufficiali). Ricordiamo  che tali dichiarazioni ufficiali e pubbliche si trovavano su internet già prima che alcuna analisi, nemmeno esclusivamente conoscitiva e non formale, fosse fatta presso i potenziali ricettori. Se invece tale concentrazione era conosciuta, e quindi tali affermazioni fatte su solide basi conoscitive, chiediamo ce ne venga data comunicazione.

Ricordiamo dato che ai sensi dell’Art. 216 del Regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265 Testo unico delle Leggi Sanitarie le manifatture o fabbriche insalubri di prima classe, così come individuate nell’Allegato 1 del  D.M. 5 settembre 1994 (la ditta rientra certamente nella casistica di cui al Punto 34) debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni a meno che l'industriale che l'esercita provi che, per l'introduzione di nuovi metodi o speciali cautele, il suo esercizio non rechi nocumento alla salute del vicinato.  Esiste solo un modo inappellabile per dichiarare che non vi siano rischi per la popolazione, individuare quale siano le sostanze che provocano odore, non genericamente ma con dei CAS number, verificare se queste  siano accompagnate o meno da sostanze pericolose (odorigene o meno, anche queste univocamente individuate) ed infine effettuare misurare le concentrazioni delle stesse nell’aria, nel suolo, nell’acqua, nei prodotti del suolo e determinarne la concentrazione con misurazioni formali.  

Se ciò non è possibile, ma dato che l’industriale è tenuto a provare e quindi a dimostrare ai sensi dell’art. 216 sopraccitato non si capisce perché ciò non sia possibile, l’importante è non dichiarare affermazioni non certo inconfutabili, sia logicamente che scientificamente, sul fatto che ” Riguardo alle segnalazioni della popolazione, si era evidenziato che non vi erano elementi per Arpae che potessero configurare la situazione come “danno ambientale” o per Ausl di pericolo per la salute pubblica. Queste considerazioni erano sostenute, oltre che dalle caratteristiche della lavorazione dichiarate in AIA, da informazioni acquisite nelle vicine province di Reggio Emilia e Modena dove sono attivi altri impianti analoghi, correntemente autorizzati, che producono utilizzando le stesse tecnologie lavorative. In alcuni di questi casi, si sono riscontrate situazioni di odori molesti, simili a quelle rilevate nel territorio comunale di Borgo Val di Taro e senza che siano stati adottati provvedimenti da parte delle Autorità locali.”

Oddio se la scienza legata alla protezione dell’ambiente o della sicurezza dei luoghi di lavoro si  fosse basata sul mantenimento dei provvedimenti pregressi adottati dalle autorità in specifiche situazioni, rispetto alle quali si dovrebbe avere una fede assoluta, senza verificarne la specifica applicabilità al caso in esame né l’effettiva sostenibilità scientifica, tale ramo della scienza, come tutte le scienze alle quali fossero applicati tali principi,  sarebbe già secco.

Segnaliamo poi che le “caratteristiche della lavorazione dichiarate in AIA” richiamate “possono avere notevoli ripercussioni negative sull'ambiente (…) per effetto dell’appartenenza dell’impianto al punto B.2. 27)” della Legge Regionale Emilia Romagna 9/99 e smi., oltre quelle già richiamate di almeno una delle caratteristiche di manifatture Insalubri di Classe I per l’Allegato 1 del  D.M. 5 settembre 1994.

Se pure i fumi emessi non possiamo dimostrare che siano a concentrazioni pericolose, ma solo sospettarlo visti gli effetti alla popolazione, diciamo che di sicuro alcune dichiarazioni emesse provocano certamente a noi madri dei comprovati fastidi.

Può essere questa, secondo voi, una situazione accettabile? Questo comportamento può far si che la popolazione abbia fiducia in tutti i passaggi successivi? Possiamo noi fidarci senza che ci vengano fornite spiegazioni che ci permettano di capire?
E… ci chiediamo poi soprattutto: Perché non siamo stati correttamente informati?
In ultimo non possiamo nascondere di essere rimaste sorprese venendo a conoscenza del fatto che il 28 Febbraio 2017 https://www.youtube.com/watch?v=seJPEzgE-Uk&feature=share la ricerca  http://amsdottorato.unibo.it/89/1/Tesi_Marino.pdf anno 2005-2006 era stata già portata all’attenzione nel Consiglio Comunale di Borgo Val di Taro, senza poi che ne sia seguita   una chiara illustrazione alla cittadinanza. Eppure la domanda aleggiava e la risposta forse poteva essere trovata proprio partendo da quel documento mesi fa.
Certe di un riscontro, meno certe di farvi cosa gradita, certe di far cosa gradita alla popolazione e ai nostri figli, attendiamo quei chiarimenti che sono necessari per recuperare un giusto clima di fiducia tra le parti e fugare tutti i dubbi nell’interesse di tutti.
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Così parlarono Le Madri dell’Intuizione         21 Giugno  2017 – Solstizio di Estate, il trionfo del Sole e della Luce sul buio


      Un pensiero danzante allo Spirito ritornato fiero del Popolo Valtarese



“Guardatele arrampicarsi, queste agili scimmie! S’arrampicano una
sull’altra e così una trascina l’altra nel fango e nell’abisso.
Vogliono arrivare tutte al trono: è la loro follia,-come se sul trono
fosse assisa la felicità!  Spesso sul trono è assiso il fango
– anzi, spesso anche il trono sta sul fango.

Folli sono tutti per me e scimmie che si arrampicano e maniaci.
Puzza per me è il loro idolo, la fredda bestia:
puzzano per me tutti quanti, questi adoratori di idoli.
Fratelli miei volete dunque soffocare nell’alito dei vostri musi e delle loro voglie?
Fareste meglio a infrangere le finestre e a balzare all’aperto.

Fuggite dal cattivo odore! Allontanatevi dall’idolatria dei superflui!

Fuggite dal cattivo odore!



Friedrich Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zarathustra                           

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